NEL MONDO, NON DEL MONDO

2. Formare coscienze laicali per l’oggi

Gli obiettivi attraverso i quali formare coscienze laicali di AC per questo tempo sono: l’interiorità, la fraternità, la responsabilità e l’ecclesialità.

L’interiorità
L’Azione Cattolica propone l’interiorità come obiettivo e come cammino: apprezzare le dimensioni interiori della vita dà pienezza all’esistenza. Al tempo stesso, custodire l’interiorità è esercizio necessario per giungere ad una piena umanità. Per vivere l’interiorità ci sono alcuni impegni che bisogna assumere.

Silenzio

• Il silenzio è l’esperienza che ci pone di fronte a noi stessi. Non si può vivere solo perché qualcosa fuori di noi rende interessante l’esistenza; occorre vivere prima di tutto per ciò che troviamo dentro di noi. Il silenzio ci pone di fronte alla ricchezza dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti; ci fa incontrare con le nostre responsabilità e con i nostri sogni; ci fa avvertire la nostra aridità e i nostri limiti. Ci fa incontrare le persone che ci sono care; ci fa sperimentare il nostro legame con il Signore e la parola con cui misteriosamente ci conduce, ci chiama, ci consola… Non è facile passare dal rumore e dalle tante parole delle nostre giornate a momenti di silenzio. C’è bisogno di una vera iniziazione che ne faccia assaporare la bellezza e conoscere il valore.

Pensosità

• Il silenzio ci permette di essere persone pensose, capaci di coltivare il gusto della riflessione. Ciascuno deve farsi sensibile e attento all’attualità attraverso un’informazione seria su quanto accade, un interesse aperto ai problemi del mondo e del proprio territorio da conoscere,da affrontare oltre i luoghi comuni, da approfondire. Occorre avere libri cari, autori preferiti ai quali attingere come a maestri che fanno da punto di riferimento per coltivare una coscienza riflessiva. Abbiamo spesso l’impressione di non avere tempo per questo: in effetti a volte preferiamo affidare troppe ore delle nostre giornate alla passività di un ascolto televisivo, piuttosto che dedicare tempo a quelle esperienze che allargano i nostri orizzonti e ci aiutano a vivere in maniera più libera e più creativa.

Ascolto

• Solo nel silenzio si apre lo spazio dell’ascolto:prima di tutto quello della vita, che sembra muta quando è soffocata dalle parole e parla solo quando riusciamo a dare un senso ai fatti di cui essa è piena. L’ascolto che più di altri costruisce la nostra vita è quello della Parola di Dio: in questo dialogo il Signore ci si rivela Padre e Maestro,Amico e Fratello.Così egli modella la nostra esistenza illuminandone gli eventi, purificandone i sentimenti,dischiudendole sempre nuovi orizzonti. Qualunque sia il metodo che utilizziamo per vivere questo incontro con il Signore, è importante che ognuno di noi abbia con la Parola il suo appuntamento quotidiano: le letture della Messa domenicale, la liturgia del giorno, la lettura continua di un Vangelo o di un libro della Bibbia. Aiutare anche i ragazzi e i giovani a custodire il silenzio e ad aprirsi all’ascolto permetterà loro di crescere nella familiarità con la Parola che rivela il volto di Dio e il volto dell’uomo.

Preghiera

• L’ascolto della Parola suscita la preghiera ed educa ad essa. La preghiera è esperienza della comunione con il Signore; si esprime nello stare alla sua presenza e nel dialogare con Lui. La preghiera – dentro e oltre le forme concrete in cui si esprime – è esperienza di incontro, di relazione, di amore. Nella fede, crediamo che nella preghiera il Signore ci accoglie con le nostre stanchezze e i nostri desideri, ci avvolge con la sua misericordia, ci restituisce la forza di continuare a vivere nell’amore e di ricominciare ogni giorno. Se il nostro rapporto con il Signore è vivo, il nostro dialogo con Lui non può essere occasionale o superficiale, ma fedele e profondo. La nostra preghiera prende dall’esistenza contenuto, colore, motivi: per una lode concreta e nostra; per rendere grazie a partire dai doni di cui sono piene le nostre giornate; per alzare le mani nella supplica, nell’invocazione, nell’intercessione. Viviamo le nostre giornate in compagnia del Signore: all’inizio di ciascuna di esse rinnoviamo la nostra alleanza con Lui, per vivere nell’amore e per avere da Lui la forza di lottare contro il male; al termine gliela restituiamo nella riconoscenza, consapevoli che Lui tutto accoglie, tutto purifica, tutto rigenera. Il nostro appuntamento con Lui deve essere quotidiano: i modi, i tempi,le forme sono scelti come si scelgono le cose importanti. Prediligiamo ogni giorno il Padre Nostro,preghiera del Figlio, preghiera da figli; essa ci è stata consegnata con il Battesimo ed è la “madre” di ogni preghiera, di cui ognuna si alimenta. La nostra preghiera culmina ogni settimana nell’Eucaristia domenicale, una finestra di tempo totalmente gratuito – e per questo liberante – dentro il fluire dei giorni spesso carico di affanni; un tempo riposante in cui ciò che conta non è più il nostro “fare”, ma ciò che il Signore fa con noi attraverso la parola e i gesti della comunità in preghiera; un momento in cui, anche visibilmente, ci riconosciamo comunità, popolo in cammino, e ci assumiamo la responsabilità di esserne il volto nel mondo. Ogni tanto scegliamo tempi più prolungati di preghiera, per stare con il Signore e rileggere la nostra vita alla luce del suo amore: particolare valore hanno gli esercizi spirituali che giovani e adulti si impegnano a vivere ogni anno. Celebriamo il sacramento della Riconciliazione, per ricevere dal Signore la grazia di ricominciare con la forza di un amore misericordioso che rigenera e permette di vivere da risorti. Impariamo a pregare dalla Chiesa e dalla sua liturgia: quella della domenica; quella che scandisce il tempo nell’anno liturgico; quella dei salmi.

Discernimento

• Alla luce della Parola, alla presenza di Dio, è possibile guardare alla propria vita e alle scelte che essa ci chiede con libertà, con quell’esercizio di discernimento che è riconoscere l’azione di Dio nella vita,dare un senso a quanto accade a partire dal suo amore, scegliere nella sua luce.

La fraternità
Viviamo in una stagione di forte individualismo:ne sono segni l’indifferenza per l’altro, la competizione tra le persone e tra i gruppi, il bisogno esasperato di autoaffermazione, la conflittualità che si manifesta sia nella sfera della vita pubblica che in quella privata, la fatica di convergere quando si debbono assumere decisioni. In questo contesto, è importante attivare percorsi che diano risalto e attuazione al nostro essere tutti figli dello stesso Padre.

Costruire la pace

• La comunione che siamo chiamati a testimoniare e a costruire si realizza, in primo luogo, attraverso il nostro essere persone di unità e di pace in ogni ambiente, nel nostro pensiero circa i rapporti tra le nazioni così come nell’impegno ad essere operatori di pace nel quotidiano.
Essere fratelli oggi significa cercare l’unità tra le persone, tra i gruppi, tra i popoli, nel rispetto delle differenze. Un’unità che non è uniformità, ma che sa cercare ciò che avvicina; che sa promuovere ricerche condivise; che sa praticare il confronto, si allena al dialogo,rifiuta l’intolleranza e la contrapposizione,non ama la polemica. Per questa strada si impara che il diverso da me è ricchezza per me e si giunge ad apprezzare quel suo originale modo di essere che rende più aperto e più ricco il mio.

Forti e miti

• La fraternità si esprime in una cura attenta e sensibile alle relazioni tra le persone, nel nostro ordinario ambiente di vita, nella comunità cristiana e in AC. Accoglienza e attenzione sono alcune delle forme che dicono il riconoscimento della realtà dell’altro e il suo essere dono di Dio. Essere fratelli ci chiede di costruire relazioni cordiali e partecipi tra le persone, superando la freddezza e l’indifferenza reciproca, spesso favorita dall’anonimato della città.
La mitezza è il timbro di relazioni fraterne e sensibili. In un mondo in cui sembra che per essere se stessi occorra alzare la voce, il cristiano è chiamato a testimoniare il valore della beatitudine dei miti, di quelli che dialogano e conversano con l’altro con pazienza per accoglierlo, per costruire a poco a poco terreni comuni. Sono miti perché hanno rinunciato ad affermare se stessi e a vincere ad ogni costo. Essi sanno che il Signore Gesù ha salvato il mondo non con la violenza delle parole urlate, ma con la benevolenza, con la pazienza, con la parola familiare, con il dono di sé.

Solidali

• Vivere da fratelli significa costruire legami positivi e solidali, saper passare dalla competizione alla dedizione all’altro; dalla contrapposizione al dialogo; dall’esclusione al confronto… Ciò che contraddistingue la nostra azione formativa sono l’ordinarietà e la continuità di questo stile: non è difficile oggi incontrare chi occasionalmente assume qualcuno di questi atteggiamenti; a noi laici è chiesto di esprimere in ogni ambiente e ogni giorno questo stile di vita. Siamo chiamati a vivere nella vita di ogni giorno quei caratteri straordinari dell’amore che Paolo elenca nell’inno alla carità (1Cor 13,1-7): la pazienza, la bontà, la gioia per il bene altrui, la mitezza, la modestia, il rispetto, la gratuità, l’autocontrollo, il perdono, la sete di verità, la ricerca della giustizia, la fiducia, la speranza, la sopportazione.

Fratelli dei poveri

• Fratelli di ogni uomo, sappiamo di essere fratelli dei poveri e dei diseredati, degli stranieri e di coloro che non contano, che patiscono fame e ingiustizia, che nelle nostre città ricche vivono con i nostri rifiuti, muoiono di solitudine, di noia e di abbandono. Il Signore ci ha detto che chi non avrà accolto il povero non potrà essere accolto presso Dio, perché nel povero vive Dio stesso. Il vangelo di salvezza e di liberazione è anzitutto per loro; a loro, alla loro dignità, alla promozione della loro umanità deve rivolgersi la nostra attenzione e il nostro impegno, nelle scelte personali e nelle modalità con le quali usiamo le risorse che il Signore ci ha donato e di come ci adoperiamo perché la società “globale” e le sue istituzioni si organizzino secondo scelte di giustizia e di rispetto della dignità di ciascuno.

Responsabili del nostro corpo

La responsabilità
Le prime pagine della Bibbia riportano la domanda di Dio ad Adamo:“Dove sei?”.È la domanda che gli ricorda la realtà del suo essere creatura. Siamo fatti da Dio e non possiamo essere e diventare noi stessi recidendo questo legame. La domanda di Dio ci ricorda il dono da cui è raggiunta la nostra esistenza: siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio; diventiamo caricatura di noi stessi se pretendiamo di realizzarci chiudendoci in noi stessi e nella nostra solitudine.
E poiché il legame di Dio con noi ci fa creature libere, va vissuto nella responsabilità: siamo chiamati a rispondere del dono che egli ci ha fatto vivendo all’altezza di esso e realizzando in noi il suo progetto.
Il dono di Dio è la vita che egli ci ha dato, il mondo affidato alle nostre mani, la città in cui ci dà di vivere, la comunità cristiana che sostiene il nostro cammino.

Coltivare le virtù umane

• La responsabilità si esercita innanzitutto verso noi stessi. Essere responsabili della nostra vita significa coltivare il senso del valore che essa ha e impegnarci a diventare donne e uomini secondo il disegno di Dio. Ciò chiede di vivere il corpo come realtà buona e grande, non come cosa esterna a noi, ma come il primo strumento di relazione da mettere al servizio della carità, accogliendo la debolezza nostra e altrui, che proprio nel corpo si rivela in mille modi. Il corpo è anche luogo e simbolo della diversità maschile e femminile, che è ricchezza e compito, e chiama tutti a vivere la sessualità come dono straordinario di Dio, in cui sperimentiamo quanto siamo grandi e fragili. La sessualità è forza da educare; è linguaggio da imparare, capace di allargare gli spazi dell’anima se vissuto come espressione di sincero dono di sé;è dono che diventa, nel matrimonio, fonte di grazia per il mondo, segno e strumento dell’unione misteriosa degli sposi con Colui che ha voluto assumere indissolubilmente la nostra natura umana. È dono che diventa, nella verginità, via per vivere e manifestare lo stesso mistero dell’alleanza tra Dio e l’uomo, e per unirsi al Signore nella carità.

• Siamo responsabili della qualità della nostra umanità. Dal punto di vista formativo, ciò significa alimentare la consapevolezza di questo dono e al tempo stesso coltivare quelle virtù umane che ci permettono di liberare nel modo più pieno possibile il disegno di Dio nella nostra vita e nella storia. Se ne possono individuare molte, descritte in modo tradizionale (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) o più elaborato (sollecitudine, forza di volontà,fermezza di propositi, competenza, fedeltà, lealtà, sollecitudine, veracità, saggezza...). Alcune oggi sembrano di particolare attualità, forse perché messe maggiormente a rischio o perché in grado più di altre di parlare della grandezza del disegno di Dio sull’uomo: la lealtà, il coraggio, la temperanza.
La lealtà è l’impegno a riconoscere che c’è una verità che ci supera, a cominciare da quella della oggettività delle situazioni che conosciamo. Lealtà è non piegare la realtà ai nostri interessi, è trattare l’altro con rispetto e senza imbroglio, è trasparenza. In questo senso, la lealtà richiama il coraggio: la fortezza di riconoscere la realtà così com’è e di prendere posizione per i valori in cui crediamo, anche quando questo è sconveniente, anche quando si paga a caro prezzo. Particolarmente necessaria oggi è la virtù della temperanza, che si esprime nella misura, nella moderazione: è una qualità urgente in un mondo che ha a disposizione così tante opportunità da dare l’illusione che il limite non esista più.
L’abitudine all’eccesso e all’esagerazione ci rende distratti nei confronti di chi vive nell’indigenza; ci rende incapaci di coltivare il desiderio delle cose buone e di saper attendere; ci porta spesso ad esprimerci sopra i toni, rischiando di sopraffare la vita, l’opinione, la libertà dell’altro.

Responsabili del creato

Siamo responsabili della vita del creato e della storia umana, nel frammento di mondo e di tempo in cui viviamo. Il Concilio ci ha insegnato a stimare questa dimensione secolare della nostra vita, affermando che a noi laici è affidato di “rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo” nostro(19), essendo noi chiamati a vivere con spirito evangelico, a modo di fermento e quasi dall’interno, i nostri impegni familiari e sociali(20). Secolarità è stimare il mondo; è cercare di capirlo, di indagarlo, sottomettendolo con l’intelligenza prima che con le mani; è capire la dinamica delle cose ed entrare in relazione con esse nel rispetto intelligente.È questo il senso del lavoro, dello studio e di ogni attività umana: espressione di sé e servizio agli altri, realtà necessaria al senso della propria dignità di persone e alla costruzione di un mondo più fraterno e giusto, ma nello stesso tempo solo uno strumento, non un fine, che trova dunque senso nel riposo e non può diventare il centro della vita. La competenza manifesta il nostro rispetto per il mondo: impegno ad acquisire conoscenze e abilità che permettano di fare ciò che è nostro dovere con qualità, nel rispetto delle cose stesse e della loro natura. Fare male il proprio lavoro, accontentarsi della buona volontà, pensare che la fede supplisca alla mancanza di qualità della nostra azione… costituiscono altrettanti modi per mancare di rispetto al mondo che Dio ha creato e per evadere dalla responsabilità che ci ha affidato.

Impegnati per la città degli uomini

• Infine, Dio ci vuole responsabili della città degli uomini, cioè del contesto umano organizzato di cui siamo parte,che ci è dato come dono e come compito. Essere cittadini significa conoscere e comprendere il nostro tempo, nella sua complessità, cogliendo significati e rischi insiti nelle trasformazioni sociali, economiche e politiche in atto, assumendo l’atteggiamento di chi queste trasformazioni non si limita a rifiutarle o a celebrarle in maniera acritica, ma le affronta come frutto del proprio tempo, ponendosi in esse e lavorando per indirizzarne gli sviluppi; coniugando la capacità di pensiero critico evangelinel giudicare con l’integrità etica nell’agire, ma accettando anche con serenità il rischio delle scelte storicamente situate, nella consapevolezza della parzialità del bene che l’uomo è capace di realizzare. Significa riscoprire il valore della partecipazione – che contrasta ogni tentazione di delega – come modo normale di essere cittadini e non ospiti occasionali delle nostre città. Una partecipazione che conosce il valore dell’organizzarsi politico, vivendo e rispettando in primo luogo le istituzioni; che sa che, come ogni altra realtà umana, anche la politica ha strumenti, tempi e luoghi propri. Bisogna quindi saper riconoscere e vivere fruttuosamente,con fiducia, sia i tempi lunghi delle prospettive di promozione umana, sia lo sforzo quotidiano e incessante per la giustizia, per la pace, per la difesa dei più deboli. Si tratta di conoscere e accettare la fatica dell’essere cittadini, disponendosi al dialogo con coloro che si incontrano nelle piazze della città.

L’ecclesialità
La Chiesa è il dono più grande fatto dallo Spirito all’umanità: attraverso il “Corpo di Cristo” la comunione trinitaria entra nella storia degli uomini e il Risorto prolunga la sua presenza tra noi. Questa coscienza ecclesiale è fondamentale e determinante per la proposta formativa dell’AC.

Vivere il mistero della Chiesa

• Il laico di AC ha la consapevolezza che la Chiesa è prima di tutto un mistero sgorgato dal cuore di Dio, davanti al quale egli si pone con uno sguardo contemplativo, fatto di stupore e di accoglienza, di umiltà e di affetto, di dedizione appassionata e fedele. Senza la luce della fede,lo sguardo si appanna, l’amore si raffredda e la Chiesa viene vista come una istituzione puramente umana, un’organizzazione burocratica, o al massimo una struttura di solidarietà e beneficenza. Essa, invece, viene dalla Trinità e vive della vita stessa della Trinità: per questo noi viviamo la Chiesa come una realtà cui apparteniamo ma che allo stesso tempo ci supera.
La Chiesa porta con sé l’eternità, ma è anche situata nel tempo e nella storia umana. Per questo essa non è una comunità perfetta, ma è sottoposta alle insidie del male e alla fragilità della nostra condizione naturale. Delle sue imperfezioni, quella che avvertiamo come maggiormente scandalosa è il conflitto al suo interno, frutto delle divisioni e delle incomprensioni che si generano nella vita delle comunità. Tale realtà, però, lungi dal portarci ad un perfezionismo velleitario o a prendere le distanze dalla Chiesa, è per noi un’esperienza da riconoscere e attraversare per rendere più maturi i rapporti fra le persone e la stessa coscienza ecclesiale. Imparare a gestire con sapienza e carità le tensioni che sorgono nella comunità cristiana diventa così un banco di prova della nostra fede e un’occasione di crescita e purificazione.

In comunione

• In quanto corpo di Cristo, la comunione è l’anima della Chiesa. La fede in Dio Trinità ci dice che la comunione è possibile ed è un dono che accogliamo da Lui; è grazia e non la somma dei nostri sforzi o il frutto delle nostre buone volontà. Ciò che ci fa diventare costruttori di comunione è prima di tutto il credere all’amore di Cristo, che ha dato il suo sangue per ogni uomo e donna. Ciò significa vivere la comunione come un’esigenza oggettiva della nostra fede, che si fa attorno al Vescovo, uniti a tutta la Chiesa universale, e senza cadere in arbitrarie selezioni di persone e di compiti ecclesiali. La fede ci fa vedere i Pastori come coloro che, per puro dono dello Spirito, grazie al sacramento ricevuto rendono presente Cristo alla comunità dei credenti.
Per questo, la prima testimonianza che vogliamo offrire e a cui educhiamo tutta l’associazione è quella di un’unità che non è uniformità ma coscienza della ricchezza che costituiscono per la Chiesa i diversi doni messi a disposizione di tutti e vissuti nel discernimento ecclesiale. L’obbedienza, vissuta evangeliinvicamente, è segno dell’amore e della maturità con cui ci sentiamo legati alla Chiesa del Signore.

Corresponsabili da laici

• Il modo di vivere nella Chiesa che corrisponde al carisma dell’AC è quello della corresponsabilità: con la specificità della vocazione laicale intendiamo portare nella comunità la nostra testimonianza e il nostro servizio, la ricchezza che ci proviene dall’incontro con il Signore sulle strade del mondo e la dedizione alla crescita nella comunione e nella missione.

Nell’Eucaristia vivere la forma della Chiesa

Nell’Eucaristia viviamo il paradigma della Chiesa. È in essa che la corresponsabilità tra i battezzati non solo viene rigenerata, ma anche pienamente manifestata: nell’assemblea radunata per fare la memoria del Signore, la Chiesa trova una rivelazione tangibile,e insieme la realizzazione più piena.Lì si vede che essa è “popolo adunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”(21).
L’Eucaristia forma i cristiani ad una vita pienamente umana. Insegnando loro a “fare la comunione”, li educa all’accoglienza. L’assemblea formata dai fedeli che convergono verso lo stesso luogo per diventare il soggetto dell’unica azione liturgica, dice che la Chiesa, in un determinato luogo, non è costituita semplicemente dalle persone che si aggiungono l’una all’altra. L’AC partecipa all’Eucaristia della comunità; non preferisce Messe particolari e i suoi soci si impegnano perché la liturgia della comunità sia effettivamente partecipata da tutti. L’Eucaristia forma al dialogo. Nella liturgia della Parola, Dio ci parla come ad amici e noi gli rispondiamo con il sì della fede e con quella forma suprema di carità che è la preghiera universale. Il dialogo tra Dio e il suo popolo educa quest’ultimo a dialogare con il mondo secondo lo stile divino e umanissimo di Gesù: nel segno della gratuità, dell’apertura, del rispetto per ogni uomo e ogni donna. La partecipazione di tutto il popolo di Dio alla missione di Cristo abilita e impegna tutti nel condividere la comune responsabilità per l’annuncio della salvezza. L’AC ha a cuore gli organismi di partecipazione e si impegna perché i suoi soci siano in comunione con tutti i membri, uniti a priori nell’essenziale e capaci di convergere con tutti nell’opinabile(22).
L’Eucaristia educa al martirio. Fare memoria di Cristo non è ripetere in modo meccanico un gesto rituale; piuttosto è lasciarsi modellare per amare come Lui e grazie a Lui “fino alla morte”. I laici di AC partecipano all’Eucaristia domenicale, ma cercano di parteciparvi anche più volte durante la settimana, per poter portare la vita a Cristo e Cristo nella vita. L’Eucaristia li immerge profondamente nella storia per farla diventare “storia di salvezza”.
L’Eucaristia educa al servizio. Il pane viene spezzato non solo per essere mangiato, ma per essere condiviso. L’Eucaristia sostiene così l’impegno quotidiano di condivisione con ogni miseria umana,come ha fatto Cristo che,durante la sua ultima cena, ha lavato i piedi ai discepoli. La comunione con il suo pane “dato”e il suo sangue “versato” non è un gesto intimistico e devozionale. L’AC, insieme alle sue altre attività ecclesiali, si dedica al servizio nella famiglia, nella società, nel territorio. L’Eucaristia educa alla missione. Il congedo con cui si chiude la liturgia è l’invito ad iniziare un’altra celebrazione, quella in cui è impegnata tutta la vita. L’assemblea si scioglie solo per disperdere i partecipanti sulle strade del mondo: sono le vie battute soprattutto dai laici. E sono queste strade che i laici di AC si impegnano a frequentare per far correre la parola della salvezza fino a raggiungere ogni fratello e ogni sorella, fino agli estremi confini del mondo.

19 Lumen Gentium, n. 33.
20 Cfr Lumen Gentium, n. 31.
21 Lumen Gentium, n. 4.
22 GIOVANNI PAOLO II, Novo Millennio Ineunte, n. 45.